Introduzione
“Dimmi: perché giacendo
A bell’agio, ozioso,
S’appaga ogni animale;
Me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?”
(Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, G.Leopardi)
Poche parole descrittive di stati d’animo hanno, nell’uso corrente, una connotazione così spiccatamente negativa come la parola “noia”.
Spesso, è sufficiente nominarla per sentirsi, in fondo, un po’ annoiati.
Solo il paventare l’ipotesi di trovarsi, prima o poi, senza stimoli, nel vuoto, nella noia, appunto, fa sì che ci attiviamo anima e corpo per rifuggirla.
Odiamo la noia – la sua stessa etimologia proviene dal latino “in odio”, passando per il francese “ennui” – e la temiamo come il peggiore dei nostri mali.
Non la onoriamo neppure della riverenza che tributiamo alla paura né le associamo la potenza della rabbia. Tra tutte le emozioni e gli stati d’animo possibili, la noia è, per noi, piatta, grigia, inutile, informe e incolore.
Ma è davvero così?
Davvero la noia ci è nemica?
In questo piccolo excursus sulla noia, proveremo a scoprire qual è il suo ruolo psicologico e quale può essere il suo ruolo sociale. Indagheremo le ragioni del filosofo novecentesco Walter Benjamin quando sosteneva che la noia schiude la creatività, come un “uccello incantato che cova l’uovo dell’esperienza”. Infine, proveremo a comprendere se la noia può essere un personaggio nella rappresentazione del presente e, in caso, che ruolo attribuirle.
Trenta secoli di noia
Nelle filosofie antiche, la noia va, talvolta, configurandosi come sentimento di vacuità dell’esistenza: quello che viene definito “tedium vitae”, la noia del vivere.
I pensatori romani, presso cui il tema è particolarmente presente, si riferiscono spesso alla noia come a una malattia che mette in luce una fondamentale componente dello spirito umano.
Seneca, nel suo “De tranquillitate animi”, definisce la noia come “quella scontentezza di sé, quell’inquietudine dello spirito che non trova pace in nessun luogo, una rassegnazione penosa e amara alla propria inattività”.
Secoli dopo, Pascal affronta il tema asserendo che: “Niente per l’uomo è insopportabile come l’essere in pieno riposo, senza passioni, senza affari da sbrigare, senza svaghi, senza un’occupazione. Egli avverte allora la sua nullità, il suo abbandono, la sua insufficienza, la sua dipendenza, la sua impotenza, il suo vuoto” (Pensieri, p. 131).
Schopenhauer, a cui è attribuita forse la più celebre delle citazioni sulla noia – “La vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente fra noia e dolore, con intervalli fugaci, e per di più illusori, di piacere e gioia…” – elabora, a tal proposito, una fondamentale distinzione. Da una parte, abbiamo una noia “volgare”, superficiale, in cui l’annoiato “lungi dal non volere, vuole”. C’è, poi, un’altra noia, stavolta profonda, che è la noia dell’asceta. Ovvero di colui il quale annulli la propria volontà, sprofondando in uno stato contemplativo privo di stimoli, che si configura come “morte in vita”.
Cos’è la noia?
Questo piccolo scorcio sul vasto tema della noia nella filosofia occidentale ci porta a un interrogativo che può essere posto come gioco di parole: ci annoiamo perché non facciamo nulla o facciamo qualcosa per non annoiarci?
La noia occupa, come un gas, gli spazi vuoti del nostro tempo libero o è, piuttosto, un palo a cui siamo indissolubilmente incatenati e da cui proviamo a sfuggire impegnandoci, di volta in volta, in questa o quell’altra attività?
Si può evitare la noia?
Ma, soprattutto, faremmo bene a evitarla?
La risposta della scienza a quest’ultimo quesito è un secco “no”.
Non possiamo evitare la noia e, soprattutto, benché la percepiamo come egodistonica, cioè fondamentalmente sbagliata per il nostro essere, la noia contiene tesori.
In primo luogo, il caro Walter Benjamin citato in precedenza ci aveva visto giusto! Recenti studi sembrano mostrare come annoiarsi favorisca lo sviluppo di processi creativi.
È proprio quando la nostra mente è sollevata da impegni e task quotidiane che le idee trovano spazio per germinare.
Inoltre, la noia come emozione è assolutamente funzionale alla vita umana. Ci spinge a fermarci e spostare il focus dal mondo esterno alla nostra interiorità.
Inoltre, sebbene si configuri come stasi, è una stasi da cui nasce movimento. La noia è uno spazio di rigenerazione; un “motore immobile”. Una soglia da attraversare ma anche il pungolo, il movente che ci rende necessario attraversarla.
Possiamo immaginare la noia come lo spazio bianco e liminale in cui Morpheus apre gli occhi a Neo in Matrix (1999) delle sorelle Wachowski. Stare nella noia è, al tempo stesso, rigenerante e insostenibile. Più ci stiamo e più ci viene voglia di uscirne. Ma rimanerci è fondamentale per dare respiro alla nostra creatività, per mettere insieme i pezzi, sfrondare l’esperienza quotidiana dal superfluo, e produrre il cambiamento.
Non lasciamoci, però, affascinare. Come ogni cosa, nel suo eccesso, può essere deleteria.
Una noia cronica, pervasiva, può diventare un meccanismo di difesa. Una barriera che ergiamo per evitare di progettare il nostro futuro; il rifugio in cui tutto è sospeso e imperturbabile.
In definitiva: annoiarsi, sì, ma responsabilmente.
E ricordarsi che, quando la noia ci limita nel confronto con la realtà e con il rischio di fallire, non sta più lavorando per noi.
È ancora tempo di annoiarsi?
Alla luce di quanto detto finora, sembra lecito domandarsi se oggi ci sia ancora spazio per la noia.
Nella società contemporanea, lo spazio che era proprio della noia è progressivamente eroso da una quantità sovrabbondante di passatempi, attività, occasioni di intrattenimento, doveri, compiti, cose da fare.
Ritmi di lavoro frenetici, responsabilità personali e il costante ricorso a tablet, smartphone e piattaforme di streaming sembrano porre costante rimedio a quel “male di vivere” che è la noia.
Ma se la noia, dopotutto, ci serve, non sarà ora di annoiarsi un po’?
I momenti di noia appaiono, oggi più di ieri, un netto spreco di tempo. Occasioni perdute di vivere una vita che sfugge come l’ombra che il sole getta sempre un po’ più in là, in modo che mai ci sentiamo fuori dall’abbaglio accecante dell’infinità delle possibili vite migliori di questa.
Se subodoriamo la possibilità di annoiarci, ci spaventiamo. Ed eccoci a correre a cercare subito qualcosa da fare: un podcast con cui riempirci le orecchie, dei video tra cui scorrere con gesti automatici, per non rimanere soli nel vuoto di un momento senza stimoli.
Eppure, la parola stimolo viene dal latino stimulus e designa quel bastone appuntito con cui i mandriani pungolavano il bestiame per far sì che si muovesse.
Oggi, in un presente iperstimolante, ricercare o semplicemente accogliere la noia è un atto rivoluzionario.
Conclusione
Che sia piacevole o meno, la noia ci serve.
Che la intendiamo come “non aver nulla da fare” o come quel tedium vitae di cui parlano gli autori latini, la noia è un ponte necessario con la nostra interiorità. Ci permette di rigenerarci, di riposare, di trovare nuova motivazione e nuove idee. Ci spinge all’azione o alla riflessione; ci dà spazio e tempo per essere e comprenderci; fornisce terreno libero da cui far fiorire idee.
In un mondo in cui la creatività è un mantra ma anche una parola-velo dietro cui si celano meccanismi performativi e produttivi ben noti, la vera creatività scaturisce dalla noia.
Proprio la noia sembra essere la medicina, amara e necessaria, contro la paura di perdere pezzi nel flusso travolgente e luccicante del presente che è già futuro.
Ed ecco che, tra il cinguettio di una notifica e l’ennesimo meeting di lavoro, la tanto vituperata noia ha pronto un piedistallo polveroso nel museo delle cose che non possiamo più permetterci.
Fonti / link utili:
- https://www.chiaramentechiaravirzi.it/elogio-della-noia/
- http://unobravo.com/post/la-noia

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